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Guide, Totem e miti: la rivoluzione femminile del punto-di-vista

Questo è un progetto pieno di figure guida e meravigliosi totem.

In un sistema di storie culturalmente colonizzato da uomini, quelle figure femminili che sono state capaci di emergere a dispetto di condizioni di avversa arroganza, sono intensamente possenti ed esprimono un’evocatività senza pari, unica ogni volta. Da protagoniste.

Tra le protagoniste è emersa a più riprese e in modo del tutto arbitrario -ma le storie funzionano così- una figura in particolare,  di Ipazia di Alessandria (Hypatía).

Matematica, astronoma e filosofa vissuta nel IV secolo d.C., è simbolo purissimo della libertà di pensiero, capace di condizionare l’intorno politico-sociale e culturale, teoricamente mascolino quanto ottuso, fino a spaventarlo tanto da esserne uccisa, tra vescovile invidia e venerazione.

Maestra di parrhesia, ossia “dell’attività di chi dice la verità, insofferente di ogni presupposto dogmatico, che tutto interroga e tutto problematizza”, rappresenta l’importanza che questo progetto assegna al “punto di vista” (POV, Point Of View), capace di sovvertire regole -talvolta oppressive- del pensiero dominante. Che poi, già “dominante” proprio non suona bene…

E quindi il totem: la civetta (non il gufo eh…) che già da Omero accompagna le rappresentazioni di Athena e poi di Minerva.

Capace di vedere nell’oscurità, si alza in volo al crepuscolo, attrezzata dell’intelligenza razionale che “vede” dove altri scorgono solo ombre. Associata alla lettera φ (fi) dell’alfabeto greco, simbolo della filosofia e in seguito della sezione aurea, accomunando così armonia, bellezza e amore per la conoscenza e per la ricerca.

Quando si dice “un progetto pieno di figure guida…”: ora, in pausa dalla stesura di queste poche righe, ho seguito un’elegante intervista a Milena Vukotic. Il balzo quantico -e di classe finissima- dal surrealismo di Bunuel a quello di moglie di Fantozzi (dopo Damiani, Mastrocinque, Risi, Wertmuller, Fellini, Scola, Zeffirelli, Bertolucci per citarne alcuni) la catapulta in pieno dominio controsimbolico. Beh, siamo nella dimensione del mito.

Per chiudere ritorniamo alla nostra scienziata alessandrina.

Tra le molteplici riprese della figura di Ipazia in arte ne cito, ancora una volta in modo del tutto arbitrario, una: la “Favola di Venezia (Sirat Al Bunduqiyyah)” storia a fumetti di Corto Maltese, scritta e disegnata da Hugo Pratt nel 1977, dove Corto incontra le trasfigurazioni veneziane della stessa Ipazia e del padre Teone.

La “Favola” si chiude così: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in Calle dell’Amor degli Amici; un secondo vicino al Ponte delle Maravegie; un terzo in Calle dei Marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i Veneziani (qualche volta anche i Maltesi…) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno in fondo a quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie.

È il respiro matematico della rivoluzione.

 

Mirko Tattarini, designer